Le stanze fotodipinte della Collezione Cavallini Sgarbi

Andrea Samaritani Le stanze fotodipinte della Collezione Cavallini Sgarbi cover

Andrea Samaritani “Le stanze fotodipinte della Collezione Cavallini Sgarbi”, Fondazione Elisabetta Sgarbi, 2018

La casa delle donne
Andrea Samaritani

L’amica di Bruno è stata la prima. Capelli corti, la canottiera estiva molto scollata, i guanti lunghi, le mani intrecciate nell’atteggiamento di chi aspetta. Bruno Innocenti, nel 1934 ha realizzato il ritratto di una sua amica, l’ha plasmata e l’ha lasciata senza titolo. Io l’ho incontrata e fotografata nel 1992. È stata la prima “donna” che ho ammirato a Casa Sgarbi, a Ro Ferrarese. Le ho scattato fotografie fissate nella pellicola in bianco e nero, con una quinta teatrale alle sue spalle.
Allora vedevamo il mondo in bianco e nero, poi sono arrivate le diapositive a colori con quelle insopportabili stampe chiamate cibachrome troppo lucide e finte per poter essere considerate opere d’arte, e dopo ancora c’è stata l’invasione del digitale, immateriale ed effimero. Ho vissuto tanti anni di fotografia a colori, senza sentire veramente mie quelle immagini che passavano direttamente dalla fotocamera alla stampa su libri e riviste. Sarà stata quella meccanicità ed estraneità del processo, oppure la voglia di ritornare alla pittura (che ho sperimentato all’inizio della mia attività), a far sì che nel 2006 riprendessi in mano un pennello e ricominciassi a far sgocciolare i colori sulle mie fotografie. Per renderle uniche e vitali. Prima in modo istintivo, nervoso, stizzito, poi sempre più definito e preciso. Fino ad arrivare alla tecnica di oggi, dove le fotodipinte possono essere considerate quadri. Fotodipinte nelle quali gli spazi disegnati dall’inquadratura fotografica diventano campiture di colore steso a mano con i pennelli; dove con l’ausilio del fotomontaggio posso sognare e rappresentare accostamenti, scene curiose e improbabili. Fotodipinte dove, finalmente, il cielo può diventare verde, come tanto piaceva fare a uno dei maestri a cui mi sono molto ispirato: Giorgio De Chirico.
Ho ritrovato in questi giorni l’amica di Bruno. Adesso è esposta in una stanza, in schiera con altri uomini, eroi, soldati. Lei è sempre uguale. Mi attrae come allora. La guardo e mi chiedo se sia ingenua, rassegnata, o una silenziosa dominatrice. È una popolana o una nobile? I capezzoli così pronunciati sono un vezzo borghese, una provocazione pre-femminista o un particolare seduttivo di una canottiera alla moda? Non c’è una risposta univoca e certa. L’arte tante volte è così, soggettiva, aperta e perciò intrigante.
Ci sono altre donne “immobili” a casa Sgarbi, che mi accolgono tutte le volte che vado a Ro Ferrarese. La “Testa di donna con treccia” un bronzo di Filippo Cifariello, del 1920, con lo sguardo piegato in giù, timida e chiusa. “La Pittura” una figura intera in bronzo di Pier Enrico Astorri, del 1910, che si contorce e non mi guarda. La testa in ceramica della “Marchesa Casati”, nella versione Medusa di Renato Bertelli, nella quale ho inserito il volto di una donna vera, l’attuale padrona di casa (dopo la materna e indimenticabile Rina): Elisabetta, che sbuca sbarazzina e ironica tra le serpi appena accennate da Bertelli. È Elisabetta, oggi, la signora di casa, la donna regista che organizza gli spazi “teatrali” della casa, così irresistibilmente fotogenici.
Ho dipinto le stanze della Collezione Cavallini Sgarbi con un gesto femminile, garbato, mescolando colori caldi, vitali, materni e accoglienti. Ho sciolto l’inchiostro sulle stampe per superare i contorni, per fondere i colori senza distinzioni e opposizioni. Ho lasciato che il colore si allargasse in modo inaspettato, osservando la sua dilatazione con stupore e meraviglia.
Ho immaginato, mi sono illuso, che la pelle in terracotta dell’amica di Bruno mi abbia chiesto di essere colorata, dipinta. Per completarsi.
Le visioni, gli schemi, i modelli cromatici e formali che ho in testa quando dipingo le mie fotografie, pescano nelle immagini che vanno dall’Officina Ferrarese del Quattrocento (che è la pittura più moderna di tutte), ai grandi autori del Rinascimento e del Barocco, con qualche finestra aperta sull’Ottocento e in qualche autore del Novecento. Questi che considero i periodi d’oro, a casa di Giuseppe, Rina, Vittorio ed Elisabetta Sgarbi li ritrovo ben rappresentati e ben mescolati tra loro, in un dialogo silenzioso e creativo. Nella collezione è normale trovare una tavola del quattrocento di fianco a un autore del novecento, un Guercino accanto a una scultura neoclassica. Stimoli, provocazioni, citazioni, contaminazioni, testimonianze di incontri, tra le migliaia di opere d’arte che elevano una casa signorile, della provincia ferrarese, in un imprescindibile capitolo della grande Storia dell’Arte.

Le stanze fotodipinte 1

Uno sguardo futuro
Elisabetta Sgarbi

Ho conosciuto bene Andrea Samaritani una decina di anni fa, in occasione dei miei viaggi nell’arte insieme a Giovanni Reale. Con l’indimenticato storico della filosofia gli avevamo chiesto di fotografare le opere che io filmavo e Reale interpretava con la sua immensa dottrina. I Compianti in terra-cotta tra Ferrara, Modena, Bologna; il popolo di statue del Sacro Monte di Varallo; la più intima e silenziosa Via Crucis di Cerveno; gli affreschi di Romanino nella poeticissima e delicatissima Pieve di Santa Maria della Vita a Pisogne; le misteriose e primigenie sculture di Wiligelmo nel Duomo di Modena (film mai ultimato, in realtà, iniziato però sotto l’egida di Eco che se ne era appassionato). Andrea Samaritani partiva, sulla scorta delle indicazioni mie e di Giovanni Reale, e affrontava quelle opere palpitanti e fiammanti. E le sue immagini fotografiche hanno reso altrettanto vivi i libri che con Reale pubblicavamo. Libri cui rimango legata da un filo doppio, fatto di nostalgia e orgoglio.
Dunque, in quelle opere (tra cinema, letteratura, filosofia), si addensava un ulteriore merito: ai repertori fotografici esistenti, Samaritani aggiungeva un nuovo apparato iconografico, utile non solo all’editore, ma anche agli storici dell’arte e ai visitatori di quei templi nascosti, eppure, senza dubbio alcuno, straordinari.
Parallelamente a queste esperienze, ho iniziato a coinvolgerlo per incursioni fotografiche nella Collezione Cavallini Sgarbi. Molte immagini, delle opere in questa mostra di Ferrara o in altre dei mesi o degli anni scorsi, sono di Andrea. Così come di Andrea Samaritani sono alcune delle immagini della casa di Ro (qui le sue foto seguono quelle di un maestro come Massimo Listri).
Questo preambolo è funzionale a dire che, benché la nostra conoscenza professionale si dati ad alcuni anni fa, la mia conoscenza delle sue Fotodipinte è estremamente recente, comunque successiva a quella di Vittorio − che sempre mi ha preceduto in fatto di opere d’arte figurativa.
Nella sede del catalogo della mostra, le sue foto sarebbero state numericamente più esigue, e costrette da opere d’arte d’altra natura. E quindi non ho avuto dubbi a proporgli di stampare un catalogo a sé, un catalogo comunque legato alla Mostra di Ferrara. Le sue opere, in effetti hanno qualcosa della cromia dei tre arazzi di Del Pozzo.
Andrea Samaritani interviene sulle immagini dei quadri e delle statue della Collezione Cavallini Sgarbi. Le ridipinge, inacidendone a volte i colori, altre volte inspessendoli, altre volte ancora dando colore nuovo per tirare fuori lo spirito che quell’opera trattiene in sé. Samaritani sfida l’autore originario prolungandone il gesto, per gioco o per necessità. Al gioco attribuisco la messa in scena di noi viventi nei quadri e nelle sculture e nelle stanze di Ro Ferrarese. Ma neppure tanto un gioco: in realtà, con la perfidia di un fotografo, o di uno scultore, ci ha ucciso in una immagine, chiuso in una stanza dipinta. Come fossimo, io, Vittorio, mio padre e mia madre, sculture tra sculture, dipinti tra dipinti; come se uno sguardo futuro, tra decenni, ci immortalasse (appunto) e immaginasse viventi, nel passato, tra quelle stanze.

Le stanze fotodipinte 2

Fotografia e pittura: un dialogo lungo centocinquant’anni
Vittorio Sgarbi

L’idea è notevole. Le fotodipinte sono l’uovo di Colombo, visto che gran parte dell’arte prodotta negli ultimi centocinquant’anni è derivativa o desunta da immagini fotografiche più o meno alterate. Pochi sono i pittori che hanno resistito al sussidio e alla assistenza della fotografia. Oggi addirittura viene usata e abusata da artisti che non fanno fotografie, ma usano la fotografia. Essa diventa la trama di una costruzione che è colta attraverso l’obiettivo fotografico e che poi diventa pittura nella trascrizione che ne hanno fatto un Caillebotte o un Degas, nella più alta delle opportunità e, ovviamente, come tutti sanno, Andy Warhol, con le sue fotografie emulsionate, ingrandite e colorate.
Si sancisce dunque un rapporto stabile che Luigi Carluccio definì attraverso una mostra del 1973 alla Galleria d’Arte di Torino: Combattimento per un’immagine. Fotografi e Pittori.
Quindi non è una scoperta di Andrea Samaritani, ma è una evoluzione che ha avuto come prototipo un momento della produzione matura di Mario Schifano, il quale, sia sulle grandi tele emulsionate che sulle polaroid, interveniva con rapidi tocchi di pittura per privare la fotografia della sua natura di specchio meccanico – talvolta anche fotografando il televisore – e al contempo generare un’immagine personalizzata, un pezzo unico, come un dipinto.
In questa condizione si pone Samaritani con le sue fotodipinte, fotografie sulle quali è stesa materia pittorica, in un processo di integrazione che trova un precedente anche nelle incisioni acquerellate dell’Ottocento, stampe in bianco e nero sulle quali l’artista inseriva i colori o modulava il chiaroscuro ad acquarello.
Rispetto a questi precedenti, la scelta è più estrema e radicale, perché le fotodipinte di Samaritani sono vera pittura su vera fotografia. Due espressioni autonome e distinte. La fotografia viene intesa da Samaritani in modo onesto e utile, come in passato era stato per il disegno. Perciò la struttura, la griglia fotografica, è come il disegno, il contorno, entro il quale il pittore stende il colore.
Nel momento in cui Samaritani fotografa, il suo disegno altro non è che la ripresa della realtà, sul quale poi interviene pesantemente con il colore facendolo diventare pittura. Talvolta anche operando fotomontaggi, come nel caso della fotodipinta riprodotta nell’antiporta del catalogo, dove la figura del Negromante del dipinto di Pietro Paolini – fotografato dallo stesso Samaritani, che è fotografo di opere d’arte -, dialoga con una fotografia che mi ritrae; dunque una nuova immagine, dove la persona reale, il ritrattato, dialoga con qualcosa che gli appartiene, ovvero la tela custodita nella mia collezione. Quindi non è una semplice fotografia dipinta, ma frammenti di due diverse fotografie montate e dipinte: un procedimento più articolato, che lui applica soprattutto ai ritratti, ai quali affianca qualcosa che caratterizza il ritrattato (nel caso mio è molto semplice).
L’effetto finale è totalmente pittorico. L’intervento non è marginale, come era stato precedentemente per Schifano, ma comprende gran parte della superficie dell’opera. Il gesto e la materia prendendo il sopravvento sulla griglia fotografica. Questo è il modo migliore per far dialogare pittura e fotografia; non opposizione, ma fusione, in un procedimento nel quale la fotografia soccorre la pittura e la pittura restituisce umanità e immediatezza alla fotografia. Il pittore bolognese Leonardo Cremonini, in una conferenza a Villa Medici, affermò, per primo, cioè che io stesso ho poi verificato e ampiamente ripetuto: la fotografia rappresenta la morte. La fotografia illustra una situazione che, nel momento stesso dello scatto, diventa passato. Con gli anni, riguardandola, vediamo un abito, un’automobile, un ambiente che ci àncora a quella situazione. Poi percepiamo lo scorrere del tempo che ha cambiato il nostro volto. La fotografia rappresenta quello che siamo stati, e che non siamo più: un’immagine di morte, bloccata dal fotografo. La pittura invece rappresenta la vita, perché da Giotto fino a Manet e a Magritte la pittura, anche attraverso il colore, restituisce la carne, il corpo, l’anima. La fotografia è passato e morte, la pittura è presente, vita e verità. Nelle fotodipinte la materia pittorica elimina gli effetti mortiferi della fotografia, la priva della sola – e a volte banale – identità documentaria e la trasporta nella vita, rendendola presente e attuale.

Vittorio Sgarbi il Negromante

2018 02 14 Il Resto del Carlino recensione di Giuseppe Malaspina

 

 

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